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Carla Sozzani, momenti passioni e visioni condivise con Azzedine Alaïa

March 12, 2018 Leave a comment

Carla Azzedine

Un’amicizia durata quasi quarant’anni, nutrita di momenti, passioni e visioni condivise. Carla Sozzani la ripercorre per la prima volta in questa intervista, che racconta la dimensione più intima e autentica del genio di Azzedine Alaïa.

Lunga vita al re. Azzedine Alaïa è scomparso lo scorso novembre a Parigi, ma vivrà ancora, e per molto tempo. Grande sostenitrice della sua “seconda vita” – ovvero di una Fondazione che custodisca il suo lascito artistico – è Carla Sozzani, che dello stilista fu la musa e l’amica più cara. Insieme a Christoph von Weyhe, compagno di Alaïa dal 1958, Carla Sozzani è stata tra le prime a immaginare, dieci anni fa, un modo per preservare il lavoro del grande couturier. E così la porta della sua casa, al numero 18 di rue de la Verrerie, ha riaperto a soli due mesi dalla morte, con gli ospiti in fila per assistere all’inaugurazione della mostra dell’Association Azzedine Alaïa, “Je suis couturier”. Ecco, nelle parole di Carla Sozzani, i molti ricordi di Alaïa uomo, artista, amico.

Sul nostro primo incontro
«È difficile parlare di Azzedine al passato e non al presente, perché la sua figura è ancora molto viva, non solo nella mia vita ma in quella di tanti altri. L’ho incontrato per la prima volta nel 1979, quando lavoravo come editor per Vogue Italia. All’epoca collaboravo molto con Françoise Havan, una grande stylist. Un giorno venne da me e mi disse che avrei dovuto scrivere di questo giovane di Parigi, perché faceva cose fantastiche in pelle, piene di occhielli.

Così andai a Parigi per incontrarlo, mi diede appuntamento nel suo appartamento in rue de Bellechasse, dove viveva in affitto dagli anni Sessanta con Christoph. Era una casa piccolissima, e c’erano macchine da cucire ovunque, in cucina, in bagno, dappertutto! Lui e Christoph dormivano su un divano letto. Azzedine voleva prendermi le misure per un vestito couture, che naturalmente ho ancora, e ricordo che mentre lavorava su di me ci mettemmo entrambi a ridere. È stato l’inizio della nostra amicizia». «A quel tempo Azzedine faceva solo couture. Ricordo che Thierry Mugler passava sempre in bicicletta, erano buoni amici. Poi lo invitai a Portofino. Arrivò con Arthur Elgort, che aveva realizzato le foto per Vogue Italia. C’era anche mia figlia Sara. Doveva essere il 1981».

Sul suo metodo
«Aveva in mente un’immagine di donna molto forte, una silhouette precisa, inconfondibile. Era un vero architetto, il suo lavoro era paragonabile a una scultura. E faceva tutto da solo! Ogni ricamo, ogni manica, tutto, proprio tutto veniva realizzato a mano, fisicamente, da Azzedine. Aveva l’ossessione della completezza. E questa era la sua forma d’arte, il suo modo di esprimersi attraverso gli abiti. Che in effetti parlano da soli, perché sono veri capolavori. La cosa sorprendente è che non disegnava mai i suoi modelli, li costruiva sul corpo, sempre. Esistono pochissimi disegni di Azzedine, e sono per la maggior parte degli schizzi. Gli veniva un’idea e poi la ricreava su un corpo. Passava ore e ore, giorni e notti intere a creare i suoi modelli, e non erano mai abbastanza belli! Mai, mai abbastanza. In realtà ad Azzedine piaceva il processo di costruzione, si vedeva che si divertiva. Nel suo studio c’era questa enorme televisione sempre sintonizzata sui documentari di animali, che lui amava molto, trasmessi dal canale di “National Geographic”. Ci provavamo i vestiti mentre guardavamo i serpenti e le pantere in tv. Ed era un bel modo di lavorare: Azzedine lavorava sui suoi modelli con spilli, righelli, ago e filo, a volte fino alle quattro del mattino. Non eravamo mai soli, c’era sempre gente a casa che chiacchierava, beveva, e guardava gli animali. Azzedine rimaneva assorto nella sua occupazione, ascoltando solo a metà la conversazione intorno a lui, sempre concentrato sulla sua personale voce interiore». «Non credo ci sia mai stato nessuno come lui, ad eccezione forse di Balenciaga, che cuciva i suoi modelli da solo. Per questo Azzedine era fiero di dire: sono un couturier. E lo era davvero, nel senso letterale della parola».

Sulle sue donne
«Jean-Louis Froment, ex direttore del CAPC de Bordeaux (che realizzò la prima retrospettiva su di lui, nel 1984, ndr), diceva che Azzedine, fin dai tempi in cui viveva in Tunisia, aveva un sogno, una visione delle donne francesi: bellissime, e molto forti. In seguito studiò scultura all’École des Beaux-Arts, e questa sua visione si strutturò ulteriormente. Aveva raggiunto un punto di vista estremamente chiaro, forte. Che fu ben esplicitato durante l’esposizione dei suoi lavori alla Galleria Borghese nel 2015 – una mostra perfetta, perfetta! Azzedine era davvero al settimo cielo. Poter esporre i suoi bambini, i suoi abiti accanto a Bernini e Canova… ne era così orgoglioso!». «Le sue donne? Naomi Campbell, Stephanie Seymour, Tatiana Patitz lo amavano e lo amano ancora oggi, lo chiamavano “papà” perché le rendeva belle. Ed erano felici con lui. Tra loro c’era un amore sincero, e Azzedine è sempre stato molto generoso nell’amare».

Sulla sua seconda vita, la Fondazione
«Dedico molto tempo alla futura Fondation Alaïa perché mi sembra il modo migliore per mantenere in vita Azzedine. Abbiamo cominciato a parlarne nel 2007. Pensavamo al domani. Azzedine diceva sempre: bisogna lasciare un segno nella vita mentre la si attraversa; non siamo immortali. Era una questione molto importante per lui quella del lascito, dell’eredità culturale da mantenere viva con un museo aperto al pubblico, in modo che le future generazioni potessero avere accesso ai suoi lavori. Perché la sua opera va ben oltre quella dello stilista. Lo ripeteva spesso: sono un couturier. Non un designer, non uno stilista. Sono un couturier. Aveva le idee molto chiare su ciò che voleva. “Il nostro museo sarà così”, diceva. E poi spiegava che avrebbe voluto una mostra su Paul Poiret e Martin Margiela. Io ribattevo che era l’unico a cogliere le somiglianze tra i due, ma un giorno questa mostra la dovremo fare, perché era ciò che desiderava».

Sulle sue curiosità
«La scrivania di Azzedine era continuamente occupata dalle novità che stava provando. Gli piaceva sperimentare, e questo faceva parte del suo desiderio di conoscere, perché era molto curioso. Al momento il suo studio, il luogo dove lavorava, è stato chiuso, ma prima o poi entrerà a far parte della collezione del Museo, e tutti potranno vedere l’enorme caos di Azzedine. Penso sia bello conservare questo ricordo inalterato, anche perché è molto difficile spiegare una cosa a parole, mentre vedere con i propri occhi lo spazio pieno di modelli mai finiti credo sia il modo migliore per poter comprendere a fondo Azzedine. Abbiamo lasciato l’ultimo vestito a cui stava lavorando esattamente com’era, così tutti potranno vederlo: è un abito in velluto che stava preparando per una mostra organizzata dal Design Museum di Londra, e che inizierà il prossimo 10 maggio (“Azzedine Alaïa: The Couturier”, ndr). Ci saranno i suoi vestiti e i lavori di altri designer e artisti che ammirava, ai quali aveva chiesto di creare qualcosa per l’occasione. La mostra sarà curata da Mark Wilson, che ha seguito alcune delle mostre di Azzedine già dal 1997».

Sull’ambizione
«Diceva sempre: ho appena iniziato. Oppure: sento di non aver ancora raggiunto il punto in cui dovrei essere oggi. E ancora: mi sento un debuttante. Sì, dopo 60 anni si credeva ancora un debuttante! Ciò che già aveva realizzato non gli bastava. Azzedine era molto ambizioso. Era anche… non mi piace la parola umile, ma era senz’altro modesto. Non gli piaceva inseguire il successo, aspettava che venisse da lui, come un ospite a pranzo. Ha rifiutato moltissimi premi, non solo la Legion d’Onore. Diceva che il più grande onore era stata la cittadinanza che la Francia gli aveva riconosciuto. Soltanto all’inizio della sua carriera fece una grande eccezione, nel 1985, quando era davvero quasi un debuttante. Il Ministro della cultura francese aveva costituito il premio “Gli Oscar della Moda”. L’evento si svolgeva all’Opéra di Parigi e c’erano tutti, Hubert de Givenchy con Audrey Hepburn, Yves Saint-Laurent, Madame Grès, Rei Kawabuko e le modelle più famose. Ricordo ancora cosa indossavo, anche perché Azzedine ha conservato il mio abito di quella sera in una scatola: era grigio e argento, di chiffon. Azzedine, insieme a Grace Jones in un vestito rosa, salì sul palco: vinse un Oscar come creatore dell’anno. Ricordo che ero seduta vicino a Grace Coddington e che tutto il pubblico impazzì durante la premiazione. Poi ricevette un secondo Oscar, un premio speciale, insieme a Sonia Rykiel. Wow! Il piccolo Azzedine aveva ricevuto due Oscar nella stessa sera, di fronte a tutte quelle persone: fu incredibile».

Sulla sua incredibile collezione
«Olivier Saillard, storico ex direttore del Musée de la Mode de la Ville de Paris, mi ha raccontato che, quando Azzedine è morto, moltissime case d’aste l’hanno contattato: “Era il migliore collezionista, con un gusto eccellente, e comprava sempre i pezzi più significativi”. Vionnet, Madame Grès, tutti i grandi maestri: la sua era una delle più importanti raccolte di Francia e forse del mondo, anche perché cominciò a collezionare già nel 1968. Un aneddoto: quando Balenciaga chiuse, un’amica che lavorava per lui ed ex petit main proprio di Balenciaga, gli disse: “Andiamo! Puoi comprare a poco i vestiti, tagliarli e usare i tessuti per i tuoi abiti”. Lui vide quelle meraviglie e le portò a casa con sé. Come si sa, Azzedine aveva imparato a tagliare i vestiti da solo, non aveva mai avuto un insegnante. Ma imparò molto osservando la perfezione dei grandi maestri. E nella futura Fondazione, oltre a sessant’anni di lavori di Azzedine, sarà riunita questa incredibile collezione».

Sull’amico
«Mi rendo conto solo ora che in quasi tutte le fotografie che ho con Azzedine ci stiamo abbracciando. Era bellissimo: ogni volta che andavo a Parigi mi diceva: oh sister, sei arrivata! Oppure mi telefonava la mattina e diceva: vieni, dai, vieni… sei già arrivata? Cosa vuoi per pranzo? E per cena? Poi usciva a fare la spesa. È venuto a Milano qualche volta. Ma non gli piaceva lasciare casa sua. Siamo stati un paio di volta insieme a Venezia, solo noi due. E siamo tornati a Portofino, e a New York. Ricordi ce ne sono tanti: una volta dovevamo entrambi perdere qualche chilo e così abbiamo prenotato in una clinica austriaca specializzata in dimagrimento. Era tutto pronto: avevamo i biglietti, eravamo già all’aeroporto. A un certo punto gli dissi: Azzedine, sarà molto dura, lo sai? Lui mi guardò e rispose: secondo te dobbiamo proprio andarci? Beh, dissi io, siamo qui, e abbiamo già pagato! Tu cosa ne pensi? E lui: se andassimo a Venezia? Così abbiamo cambiato i biglietti. Appena arrivati, abbiamo lasciati i bagagli e siamo corsi in terrazza a brindare con un Bellini, e poi abbiamo passato tre giorni a mangiare e a bere. A Parigi intanto tutti ci pensavano nella clinica austriaca e chiamavano di continuo per chiedere: com’è, è dura? E mentre noi mangiavamo un piatto di pasta rispondevamo: ah sì, è durissima! Era il 2009, ed è stato davvero un viaggio straordinario». «Azzedine è stata una delle persone più generose che abbia mai conosciuto. Era anche una delle più esigenti, perché dava così tanto di sé: l’amicizia e un cuore davvero fiducioso. Se in qualche modo veniva ferito, se capiva che qualcuno non era stato del tutto onesto o generoso quanto lo era lui diventava matto. Non chiedeva mai di avere qualcosa indietro, ma non sopportava che qualcuno gli mancasse di rispetto, almeno nella sua opinione. Credo sia stata la persona più onesta che io abbia mai incontrato. Quasi come un bambino. Sapete come sono i bambini, completamente fiduciosi, senza limiti? Si danno con tutto il cuore, ti abbracciano e non chiedono nulla in cambio. Ma se fai loro del male si rompe qualcosa. E Azzedine era un po’ così. Non aveva limiti, e ha costruito una famiglia con tutti noi amici. E questa famiglia c’è ancora. È uno strano sentimento: prima pensavamo di appartenere ad Azzedine. Poi abbiamo capito che ciò che Azzedine aveva formato in quella sua cucina era una famiglia». «Adesso ci sentiamo molto più di quando Azzedine era ancora con noi, il che è strano. Persone che non frequentavo, che non avevo mai invitato a cena, ora mi telefonano spesso, e io anche. Di solito quando qualcuno muore le persone tendono a perdersi. Ma non con Azzedine. Ed è una delle molte cose che lo rendono un’anima così speciale».

Vogue Italia, marzo 2018, n.811, pag.140

Fonte: Vogue.it 

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Michael Cunningham, innamorato perdutamente della retrospettiva di Alexander McQueen

March 12, 2018 Leave a comment

Cunningham

«Non avevo mai visto abiti del genere»: un grande scrittore americano racconta a Vogue Italia il giorno in cui si innamorò di Alexander McQueen. Alla cui vita maiuscola è dedicato anche un libro illustrato, che qui pubblichiamo in anteprima.

Come tanti che hanno vissuto troppo a lungo senza amore, quando mi sono innamorato, mi sono innamorato perdutamente. E come quasi tutti quelli che alla fine s’innamorano ricordo di preciso dove e quando. Era uno di quei giorni grigi scintillanti che New York esibisce in tarda primavera, splendenti anche se grigi, luminosi, senza chiaroscuri.

È accaduto poco dopo le due del pomeriggio, al Costume Institute del Metropolitan Museum. Mi sono innamorato della moda, in particolare di “Savage Beauty,” la retrospettiva di Alexander McQueen. Confesso di esserci andato piuttosto controvoglia, insieme a un’amica che all’improvviso si è trovata con un biglietto in più e che, prima di vedersi ridotta a chiedere a me, aveva già tentato con altri cinque.

Ci sono andato per farle un favore. Ero la sua ultima speranza, io, la persona a cui in effetti non dispiaceva andare, ma che si domandava perché visitare uno dei musei più importanti del mondo per vedere dei vestiti.

Non sono mai stato contrario alla moda, quella alta o quella più commerciale. Non ci tengo granché a vestirmi bene ma apprezzo chi ha stile, e ci sono pochi posti come New York dove s’incontrano persone vestite in modi che non somigliano a niente di mai visto prima.

Per la strada, come non lasciarsi affascinare da un uomo con la barba folta, la redingote a fiori e gli scarponi da montagna? O da una donna con un vestitino scintillante, le scarpe da jogging e la parrucca blu cobalto?

È che gli abiti alla moda a me non sembravano avere niente di profondo. Li consideravo un divertimento, né più e né meno.

Forse è lo scettico il più suscettibile alla conversione. Forse è lo scettico – con tutta la sua caustica, scaltrita riluttanza – il più ansioso di venir rapito, avvinto dalla fede.

La capacità di innamorarsi – la più preziosa tra le facoltà umane – ha sempre in sé (siamo onesti) un certo grado di casualità. In genere, io e l’altro eravamo nel posto giusto al momento giusto.

Sul treno, accanto, c’è un sedile vuoto, l’ultimo, e leggiamo tutt’e due Elena Ferrante…

Una sera piovosa, uscendo dal ristorante per fumare una sigaretta, cominciamo a parlare perché, dopotutto, stiamo stretti sotto una tettoia che basta appena, cercando di non bagnarci…

Un’amica ha un biglietto in più e quel pomeriggio siamo liberi…

Non avevo mai visto abiti del genere. Non avevo mai immaginato la loro complessa intelligenza, o l’assoluta meraviglia della loro geniale costruzione. Non avevo mai immaginato dei capi d’abbigliamento ispirati a un senso di bellezza concepito come mutazione fantastica e non come cliché sentimentale.

Quegli abiti avevano un che di mostruoso, ma venivano da un regno parallelo dove la mostruosità è un pregio. Quegli abiti erano aggressivi e intransigenti e parevano dire se non vi riempiamo noi di meraviglia, la colpa non è del vestito.

Mi ha conquistato soprattutto il periodo gotico di Mc- Queen – una combinazione di stile vittoriano e di pelle e bondage – e il suo profondo rispetto per il mondo naturale, un mondo che in una trasposizione simile dà pieno conto della sua brutalità, non solo della sua bellezza. Questi abiti, mi sono detto, renderanno anche omaggio agli uccelli, ma ne rendono altrettanto ai gatti che li hanno uccisi.

Se volete, pensate alla “Annunciazione” di Leonardo da Vinci. Del dipinto tenete l’angelo, ma al posto della Vergine provate a immaginare un uomo con i jeans e la felpa. Non mi ero mai soffermato sull’idea che le future generazioni ci avrebbero conosciuto anche attraverso i nostri abiti. Se dovessero guardare McQueen, ci crederebbero un popolo affascinato dai vampiri e dai pirati, dai feticci sessuali, da una natura selvaggia che, famelica, ci spiava di notte dalle finestre delle nostre case.

Mentre giravo sbalordito per la mostra, mi sono ritrovato a pensare che proprio sopra la mia testa, al piano superiore, c’erano le stanze dove sono esposti dei reperti considerati universalmente opere d’arte: le urne e le anfore greche antiche, nate con la semplice funzione di contenere olio e vino.

Ho capito per la prima volta che anche gli abiti esposti al Metropolitan sono dei recipienti, ma come i vasi al piano superiore hanno qualcosa di profondo; sono dei recipienti che trascendono la loro funzione e parlano, in quel momento e per i secoli a venire, del nostro tentativo di rendere omaggio allo straordinario e terrificante mondo in cui vivono gli esseri umani, in cui gli esseri umani sono sempre vissuti.

Potremmo farli vedere a degli invasori alieni che non parlerebbero, ovviamente, la nostra lingua. Potremmo dire loro, non con le parole: questi siamo noi nel momento della nostra massima espressione. È così che ci immaginiamo. Per favore, però, non crediate che la nostra carne sia all’altezza dei nostri sogni.

La couture non ha certo bisogno che io la difenda, e non è quello che sto cercando di dire. Questa è una pura e semplice storia d’amore, e l’amore, come l’arte, e come la couture, non ha bisogno di essere difeso. L’amore, come l’arte e come la couture, ha i suoi detrattori. L’amore, come l’arte e la couture, resterà a lungo su questa terra dopo che tutti quelli che la disprezzano saranno trasformati in polvere.

Michael Cunningham, Vogue Italia, marzo 2018, n.811, pag.400

*Scrittore e sceneggiatore americano, ha raggiunto la fama internazionale con il romanzo “Le ore”, premiato con il premio Pulitzer per la narrativa e trasformato in film. Docente di scrittura creativa all’università di Yale, ha pubblicato nel 2016 “Un cigno selvatico” (La nave di Teseo). Il suo prossimo titolo, “Glory” (Penguin/Random House), uscirà in autunno.

Fonte: Vogue.it 

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John Galliano, intervista clamorosa su Vanity Fair America… sneak preview

June 11, 2013 Leave a comment

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Dà la colpa all’alchool raccontando la sua graduale discesa all’inferno. Un’intervista clamorosa che sarà pubblicata a luglio su Vanity Fair America a uno di quelli che per molti anni è stato un protagonista assoluto del fashion system internazionale: John Galliano. Il designer, che ha iniziato la sua risalita dagli inferi, disegnando l’abito da sposa per l’amica Kate Moss, racconta i dettagli del periodo peggiore del suo alcoolismo, culminato con gli insulti antisemiti ad alcuni turisti a Parigi. Per una sneak preview, clicca qui

Fonte: VM-Mag

Intervista di Melania Perri a Elio Fiorucci

February 18, 2013 Leave a comment

Style: "Neutral"

E’ stata presentata la scorsa settimana presso la profumeria La Gardenia a Roma in Via Nazionale 183, la mostra dedicata a Elio Fiorucci, un percorso in 33 pannelli che resterà aperta fino al prossimo 8 marzo. Un racconto di vita, di esperienza, di moda e di arte che si inserisce nell’ambito della collaborazione tra il designer e creativo e la catena di profumerie.

intervista a Elio Fiorucci

M.P.: Dopo anni di esperienza nella moda e aver inventato molto (ad esempio i concept store) come vede l’attuale situazione Elio Fiorucci?

E.F.: Io credo che la moda sia in continua evoluzione e quello che oggi propongo qui è il lavoro di quarant’anni che non sono mai finiti, è un processo in continua evoluzione nel quale mi piace guardare indietro ma essere allo stesso tempo curioso del nuovo, dell’oggi e di quello che verrà.

M.P.: Tra i personaggi che ha avuto modo di conoscere, chi ricorda con maggiore piacere?

E.F.: Ho avuto modo di conoscere Madonna come Andy Warhol, in un periodo in cui la moda era “nascente” ed è proprio per questo motivo che in questa mostra fotografica ho voluto raccontare gli anni degli opening party con personaggi illustri ed il lancio della prima linea di occhiali nel 1978, erano decisamente gli anni degli incontri fortunati per me, anni che raccontano me ma anche la storia della moda italiana.

M.P.: Che cosa ne pensa delle star di oggi come Lady Gaga o Rihanna, visto che ha avuto modo di conoscere Madonna?

E.F.: Madonna non è una star, ma un genio! È una persona molto intelligente e credo che lei abbia davvero capito il mondo, lei riesce a persistere sui palcoscenici e per quanto gli altri provino a superarla, falliscono! Questo perché lei è sempre voluta arrivare dove è arrivata e inoltre è dotata di un gran buon senso; se fossi l’ONU la eleggerei ambasciatrice della pace!

M.P.: Cosa pensa Elio Fiorucci della crisi?

E.F.: Come diceva Einstein: è un momento di grazia, un momento di fortuna, perché chi osserva la crisi è pronto al cambiamento ed il cambiamento è precursore di innovazione. Per cui la crisi va affrontata e superata, perché non è una malattia, anche se  genera paura e spesso apatia, quindi viva il cambiamento che apre nuove porte!

M.P.: Perché ha scelto proprio la Gardenia come partner per il lancio di “Love Therapy”?

E.F.: L’amicizia con l’amministratore delegato della Gardenia ha favorito per me la scelta della location per la presentazione della mostra fotografica e per il lancio di questo nuovo prodotto che è da contratto una collaborazione con le profumeria Gardenia.

(Intervista a cura di Melania Perri)

Fonte: VM-Mag

Intervista a Vincenzo Bernardo, parrucchiere vip tra Zurigo e St. Moritz

February 4, 2013 Leave a comment

Enzo

La scelta di pubblicare questo articolo di lunedì è più che voluta: normalmente, in Italia, la maggior parte dei negozi di parrucchieri, il lunedì è chiusa. Ma esistono le dovute eccezioni. A Lecco e a Zurigo, no. Se scegliete di andare da Vincenzo Bernardo – per le sue numerose clienti, è Enzo e la sua catena sta ingrandendosi un po’ alla volta, proprio grazie al secondo punto aperto pochi mesi fa nella città svizzera -, troverete aperto il suo negozio non solo il lunedì, ma anche il giovedì sera fino alle 21, sei giorni su sette, e visto che è instancabile, da qualche tempo, Enzo si divide proprio tra Lecco e Zurigo. Chi lo conosce personalmente non è sorpreso da tanta intraprendenza, visto che il professionista ha soli 34 anni e che ha iniziato a fare questo mestiere a Napoli da quando ne aveva 14 – girando per buona parte del mondo: Londra, Milano, Roma, Firenze, St. Moritz – per fermarsi a Lecco e a Zurigo, per l’appunto.

V.M.: Com’è nata questa idea di aprire un nuovo punto “Enzo e… “ a Zurigo?

V.B.: Dopo aver lavorato a St. Moritz per alcuni anni, alcune clienti mi hanno seguito fino a Lecco. Grazie alla professionalità mia e del mio team, ai sacrifici fatti finora e al coraggio di un gruppo di giovani imprenditori, siamo riusciti a replicare  un’altra apertura a Zurigo.

V.M.: Molti si definiscono hair stylist, alcuni si sentono “stretti” nei semplici panni del parrucchiere. Tu come ti definiresti?

V.B.: Io mi vedo meglio nella figura dell’artigiano. E’ questa la definizione che darei del mio lavoro.

V.M.: Qualunque sia la definizione che dai di te, quali sono le caratteristiche principali e caratteriali  – o che si possono apprendere – per fare bene il tuo mestiere?

V.B.: Penso che la caratteristica principale per svolgere qualsiasi attività artigianale sia la curiosità e la voglia di mettere in discussione tutti i giorni quello che fai.

V.M.: Che tipo di rapporto hai con la tua clientela?

V.B.: E’ indubbiamente un rapporto aperto, ma condito senza dubbio dal rispetto  e dalla professionalità.

V.M.: Hai in programma altre aperture?

V.B.: La mia professione è fatta di programmazione, ma ho sempre  pensato che il mio compito è  basato sulla giornata, l’obiettivo è’ fare bene oggi ,finire la giornata e cercare di dare il meglio cliente per cliente, quindi le priorità sono continuare a fare bene a Lecco e cercare di costruire qualcosa a Zurigo , per il futuro si vedrà.

Fonte: VM-Mag

Intervista di Viviana Musumeci a Simone Rainer

November 26, 2012 Leave a comment

L’esoterismo e il mistero per alcuni creativi o artisti rappresenta un tema fondamentale per la propria espressione. Capita sempre più spesso di vedere in video musicali simboli attinti dalla Kabbalah o altri libri sacri, leggere su internet di cospirazioni  ai danni dell’umanità a base di esoterismo e magia . Senza scomodare uno sciamano o un interprete di tali codici, Simone Rainer, appassionato di matematica e di mistero, ha creato una sua collezione di borse lavorando proprio sul calcolo della base aurea e realizzando pochette triangolari dove le proporzioni non sono propriamente casuali. Non ci stupirebbe vedere una delle sue borse tra le mani di Lady Gaga o Beyoncé, prossimamente

V.M.: Mi racconti innanzitutto la tua storia?

S.R..: Quando studiavo a scuola e al liceo scientifico, nel pomeriggio dopo i compiti, ho sempre lavorato accanto a mia nonna che faceva la sarta. Una volta terminati gli studi avevo pensato di iscrivermi alla facoltà di matematica. Poi ho optato per un corso di sartoria a Milano che ho frequentato per due anni e che mi ha consentito di entrare nel mondo della moda e dell’abbigliamento. Ho lavorato quasi subito per Marc Jacobs nel comparto accessori.

V.M.: Quando è nato il marchio Simone Rainer?

S.R..: Due anni fa. Stavo pensando a cosa creare per la prima collezione e mi sono ispirato subito alla figura del triangolo visto che si tratta di una figura esoterica.  E’ un filone che mi interessa molto seguire, e mi piace utilizzare la matematica facendo riferimento a formule misteriose.

V.M.: E la collezione p/e 2013?

S.R..: Tutta la collezione p/e 2012 è costruita su una prospettiva numerica e aurea che peraltro è anche una proporzione naturale.

V.M.: Ma al di là dell’esoterismo e del mistero ci sono altre ragioni che ti hanno spinto a scegliere il triangolo?

S.R..: L’immagine è indubbiamente chiara e riconoscibile, anche se non è un prodotto per tutti, non è facile portare la borsa a triangolo. Anche il mio logo è anch’esso di ispirazione esoterica. Si tratta di un cerchio al cui interno è iscritto un pentagono che contiene a sua volta un triangolo. Questa immagine serve a estrapolare la costante della chiave aurea.

V.M.: Puoi considerarti un marchio Made in Italy?

S.R..: Assolutamente sì. Tutte le mie borse vengono confezionate a Firenze. Ma capita anche per altri marchi che conosco. In realtà a Milano ci sono aziende a cui si rivolgono la maggior parte dei marchi fashion e luxury mondiali.

V.M.: Mi descrivi la collezione p/e 2013?

S.R..: Si ispira al corpo. Ho proprio riproposto la base corporea con i materiali che sono lavorati in modo tale da ricordare alcune parti del corpo umano. E poi ho usato molto il rosso perché è uno dei miei colori preferiti. Il mio approccio è sempre scientifico. La prossima collezione si ispirerà all’universvo, alla luna e alle stelle. In un certo senso si parte dal corpo umano per poi evadere verso il cielo.

V.M.: Dove sei distribuito attualmente?

S.R..: Le mie borse si trovano da Luisa Via Roma a Firenze e a L’Inde des Palais a Bologna e poi a Copenaghen, ma sto cercando nuove partnership commerciali.

Intervista di Viviana Musumeci a Dimitrios Panagiotopoulos

November 23, 2012 Leave a comment

Dimitrios Panagiotopoulos, per tutti, Dimitri è uno stilista giovanissimo che però è già riuscito a farsi notare e a lasciare il segno. Nato da padre greco e  madre italiana, Dimitri fin da giovanissimo segue la sua passione per la moda. Studia presso la prestigiosa accademia di moda ESMOD a Monaco di Baviera e Parigi e l’Istituto Marangoni a Milano, e subito dopo collabora con importanti case di moda come Jil Sander, Hugo Boss e Vivienne Westwood. Il marchio DIMITRI è stato fondato nel 2007 e fin da subito partecipa alla Mercedes Benz Fashion Week a Berlino dove, da due stagioni, presenta le sue collezioni femminili.  Tutte le sue collezioni vengono prodotte artigianalmente nel suo atelier di Merano e possono essere acquistate online sul sito www.bydimitri.com.

Intervista di Viviana Musumeci

V.M.: Cosa significa fare del made in Italy da Merano?

D.P.: In primis significa dover viaggiare molto. Ci sono press days a Monaco e a Berlino, e i fashion days a Zurigo. Naturalemente sono presente anche durante il fashion week di Milano. Inoltre viaggio molto per incontrare produttori che hanno le loro sedi in tutta Italia. Non é semplice lavorare da Merano ma stimo moltissimo il lavoro dei miei collaboratori e questa é una delle ragioni per le quali non vorrei cambiare sede al momento.

V.M.: Come è strutturata l’azienda?

D.P.: Io sono coinvolto in tutti i settori dell’azienda, partendo dalla selezione dei tessuti, al design dei vestiti e degli accessori, fino al taglio e la produzione stessa della collezione. Si aggiungono le pianificazioni per le sfilate al Mercedes Benz Fashion Week di Berlino, la presenza a fiere ecc. Inoltre ci sono 4 persone che collaborano con me presso lo studio di Merano.

V.M.: Quali sono gli elementi che contraddistinguono lo stile Dimitri?

D.P.: Il grande amore per il prodotto, i dettagli impegnativi, i tagli degli abiti e la selezione dei materiali pregiatissimi.

V.M.: Dove vorresti essere fra 10 anni e come ti vedi?

D.P.: Fra 10 anni vorrei fare parte del calendario del fashion week di Milano con una sfilata e un proprio negozio. Vorrei che il mio marchio si fosse ben posizionato nel mondo della moda e eventualmente vorrei anche disegnare una collezione di scarpe e una linea d’abbigliamento uomo. Mi piacerebbe anche creare una linea per il homewear.

V.M.: Qual è il mood della prossima collezione?

D.P.: La prossima stagione é contradistinta da forme seducenti e raffinate. Ci sono abiti fluenti in chiffon di seta, combinati con cinture in pelle. Inoltre ho inserito anche il classico smoking da donna.

V.M.Da cosa ti lasci ispirare?

D.P.: Mi lascio ispirare da continui viaggi in paesi lontani e le metropoli della moda, dalla mia passione per l’archittettura, dalla storia della moda, da pittori, da gente per la strada ma anche da cose della vita quotidiana.

V.M.: Dov’è distribuito attualmente il marchio?

D.P.: Merano, Bolzano e online.

V.M.: Com’è la donna Dimitri?

D.P.: Femminile, seducente, sexy, sicura di se, non si fa imporre le tendenze ma sceglie in autonomia e a sé.

(Intervista a cura di Viviana Musumeci)

Fonte: VM-Mag