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Michael Cunningham, innamorato perdutamente della retrospettiva di Alexander McQueen

Cunningham

«Non avevo mai visto abiti del genere»: un grande scrittore americano racconta a Vogue Italia il giorno in cui si innamorò di Alexander McQueen. Alla cui vita maiuscola è dedicato anche un libro illustrato, che qui pubblichiamo in anteprima.

Come tanti che hanno vissuto troppo a lungo senza amore, quando mi sono innamorato, mi sono innamorato perdutamente. E come quasi tutti quelli che alla fine s’innamorano ricordo di preciso dove e quando. Era uno di quei giorni grigi scintillanti che New York esibisce in tarda primavera, splendenti anche se grigi, luminosi, senza chiaroscuri.

È accaduto poco dopo le due del pomeriggio, al Costume Institute del Metropolitan Museum. Mi sono innamorato della moda, in particolare di “Savage Beauty,” la retrospettiva di Alexander McQueen. Confesso di esserci andato piuttosto controvoglia, insieme a un’amica che all’improvviso si è trovata con un biglietto in più e che, prima di vedersi ridotta a chiedere a me, aveva già tentato con altri cinque.

Ci sono andato per farle un favore. Ero la sua ultima speranza, io, la persona a cui in effetti non dispiaceva andare, ma che si domandava perché visitare uno dei musei più importanti del mondo per vedere dei vestiti.

Non sono mai stato contrario alla moda, quella alta o quella più commerciale. Non ci tengo granché a vestirmi bene ma apprezzo chi ha stile, e ci sono pochi posti come New York dove s’incontrano persone vestite in modi che non somigliano a niente di mai visto prima.

Per la strada, come non lasciarsi affascinare da un uomo con la barba folta, la redingote a fiori e gli scarponi da montagna? O da una donna con un vestitino scintillante, le scarpe da jogging e la parrucca blu cobalto?

È che gli abiti alla moda a me non sembravano avere niente di profondo. Li consideravo un divertimento, né più e né meno.

Forse è lo scettico il più suscettibile alla conversione. Forse è lo scettico – con tutta la sua caustica, scaltrita riluttanza – il più ansioso di venir rapito, avvinto dalla fede.

La capacità di innamorarsi – la più preziosa tra le facoltà umane – ha sempre in sé (siamo onesti) un certo grado di casualità. In genere, io e l’altro eravamo nel posto giusto al momento giusto.

Sul treno, accanto, c’è un sedile vuoto, l’ultimo, e leggiamo tutt’e due Elena Ferrante…

Una sera piovosa, uscendo dal ristorante per fumare una sigaretta, cominciamo a parlare perché, dopotutto, stiamo stretti sotto una tettoia che basta appena, cercando di non bagnarci…

Un’amica ha un biglietto in più e quel pomeriggio siamo liberi…

Non avevo mai visto abiti del genere. Non avevo mai immaginato la loro complessa intelligenza, o l’assoluta meraviglia della loro geniale costruzione. Non avevo mai immaginato dei capi d’abbigliamento ispirati a un senso di bellezza concepito come mutazione fantastica e non come cliché sentimentale.

Quegli abiti avevano un che di mostruoso, ma venivano da un regno parallelo dove la mostruosità è un pregio. Quegli abiti erano aggressivi e intransigenti e parevano dire se non vi riempiamo noi di meraviglia, la colpa non è del vestito.

Mi ha conquistato soprattutto il periodo gotico di Mc- Queen – una combinazione di stile vittoriano e di pelle e bondage – e il suo profondo rispetto per il mondo naturale, un mondo che in una trasposizione simile dà pieno conto della sua brutalità, non solo della sua bellezza. Questi abiti, mi sono detto, renderanno anche omaggio agli uccelli, ma ne rendono altrettanto ai gatti che li hanno uccisi.

Se volete, pensate alla “Annunciazione” di Leonardo da Vinci. Del dipinto tenete l’angelo, ma al posto della Vergine provate a immaginare un uomo con i jeans e la felpa. Non mi ero mai soffermato sull’idea che le future generazioni ci avrebbero conosciuto anche attraverso i nostri abiti. Se dovessero guardare McQueen, ci crederebbero un popolo affascinato dai vampiri e dai pirati, dai feticci sessuali, da una natura selvaggia che, famelica, ci spiava di notte dalle finestre delle nostre case.

Mentre giravo sbalordito per la mostra, mi sono ritrovato a pensare che proprio sopra la mia testa, al piano superiore, c’erano le stanze dove sono esposti dei reperti considerati universalmente opere d’arte: le urne e le anfore greche antiche, nate con la semplice funzione di contenere olio e vino.

Ho capito per la prima volta che anche gli abiti esposti al Metropolitan sono dei recipienti, ma come i vasi al piano superiore hanno qualcosa di profondo; sono dei recipienti che trascendono la loro funzione e parlano, in quel momento e per i secoli a venire, del nostro tentativo di rendere omaggio allo straordinario e terrificante mondo in cui vivono gli esseri umani, in cui gli esseri umani sono sempre vissuti.

Potremmo farli vedere a degli invasori alieni che non parlerebbero, ovviamente, la nostra lingua. Potremmo dire loro, non con le parole: questi siamo noi nel momento della nostra massima espressione. È così che ci immaginiamo. Per favore, però, non crediate che la nostra carne sia all’altezza dei nostri sogni.

La couture non ha certo bisogno che io la difenda, e non è quello che sto cercando di dire. Questa è una pura e semplice storia d’amore, e l’amore, come l’arte, e come la couture, non ha bisogno di essere difeso. L’amore, come l’arte e come la couture, ha i suoi detrattori. L’amore, come l’arte e la couture, resterà a lungo su questa terra dopo che tutti quelli che la disprezzano saranno trasformati in polvere.

Michael Cunningham, Vogue Italia, marzo 2018, n.811, pag.400

*Scrittore e sceneggiatore americano, ha raggiunto la fama internazionale con il romanzo “Le ore”, premiato con il premio Pulitzer per la narrativa e trasformato in film. Docente di scrittura creativa all’università di Yale, ha pubblicato nel 2016 “Un cigno selvatico” (La nave di Teseo). Il suo prossimo titolo, “Glory” (Penguin/Random House), uscirà in autunno.

Fonte: Vogue.it 

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