Carla Sozzani, momenti passioni e visioni condivise con Azzedine Alaïa

March 12, 2018 Leave a comment

Carla Azzedine

Un’amicizia durata quasi quarant’anni, nutrita di momenti, passioni e visioni condivise. Carla Sozzani la ripercorre per la prima volta in questa intervista, che racconta la dimensione più intima e autentica del genio di Azzedine Alaïa.

Lunga vita al re. Azzedine Alaïa è scomparso lo scorso novembre a Parigi, ma vivrà ancora, e per molto tempo. Grande sostenitrice della sua “seconda vita” – ovvero di una Fondazione che custodisca il suo lascito artistico – è Carla Sozzani, che dello stilista fu la musa e l’amica più cara. Insieme a Christoph von Weyhe, compagno di Alaïa dal 1958, Carla Sozzani è stata tra le prime a immaginare, dieci anni fa, un modo per preservare il lavoro del grande couturier. E così la porta della sua casa, al numero 18 di rue de la Verrerie, ha riaperto a soli due mesi dalla morte, con gli ospiti in fila per assistere all’inaugurazione della mostra dell’Association Azzedine Alaïa, “Je suis couturier”. Ecco, nelle parole di Carla Sozzani, i molti ricordi di Alaïa uomo, artista, amico.

Sul nostro primo incontro
«È difficile parlare di Azzedine al passato e non al presente, perché la sua figura è ancora molto viva, non solo nella mia vita ma in quella di tanti altri. L’ho incontrato per la prima volta nel 1979, quando lavoravo come editor per Vogue Italia. All’epoca collaboravo molto con Françoise Havan, una grande stylist. Un giorno venne da me e mi disse che avrei dovuto scrivere di questo giovane di Parigi, perché faceva cose fantastiche in pelle, piene di occhielli.

Così andai a Parigi per incontrarlo, mi diede appuntamento nel suo appartamento in rue de Bellechasse, dove viveva in affitto dagli anni Sessanta con Christoph. Era una casa piccolissima, e c’erano macchine da cucire ovunque, in cucina, in bagno, dappertutto! Lui e Christoph dormivano su un divano letto. Azzedine voleva prendermi le misure per un vestito couture, che naturalmente ho ancora, e ricordo che mentre lavorava su di me ci mettemmo entrambi a ridere. È stato l’inizio della nostra amicizia». «A quel tempo Azzedine faceva solo couture. Ricordo che Thierry Mugler passava sempre in bicicletta, erano buoni amici. Poi lo invitai a Portofino. Arrivò con Arthur Elgort, che aveva realizzato le foto per Vogue Italia. C’era anche mia figlia Sara. Doveva essere il 1981».

Sul suo metodo
«Aveva in mente un’immagine di donna molto forte, una silhouette precisa, inconfondibile. Era un vero architetto, il suo lavoro era paragonabile a una scultura. E faceva tutto da solo! Ogni ricamo, ogni manica, tutto, proprio tutto veniva realizzato a mano, fisicamente, da Azzedine. Aveva l’ossessione della completezza. E questa era la sua forma d’arte, il suo modo di esprimersi attraverso gli abiti. Che in effetti parlano da soli, perché sono veri capolavori. La cosa sorprendente è che non disegnava mai i suoi modelli, li costruiva sul corpo, sempre. Esistono pochissimi disegni di Azzedine, e sono per la maggior parte degli schizzi. Gli veniva un’idea e poi la ricreava su un corpo. Passava ore e ore, giorni e notti intere a creare i suoi modelli, e non erano mai abbastanza belli! Mai, mai abbastanza. In realtà ad Azzedine piaceva il processo di costruzione, si vedeva che si divertiva. Nel suo studio c’era questa enorme televisione sempre sintonizzata sui documentari di animali, che lui amava molto, trasmessi dal canale di “National Geographic”. Ci provavamo i vestiti mentre guardavamo i serpenti e le pantere in tv. Ed era un bel modo di lavorare: Azzedine lavorava sui suoi modelli con spilli, righelli, ago e filo, a volte fino alle quattro del mattino. Non eravamo mai soli, c’era sempre gente a casa che chiacchierava, beveva, e guardava gli animali. Azzedine rimaneva assorto nella sua occupazione, ascoltando solo a metà la conversazione intorno a lui, sempre concentrato sulla sua personale voce interiore». «Non credo ci sia mai stato nessuno come lui, ad eccezione forse di Balenciaga, che cuciva i suoi modelli da solo. Per questo Azzedine era fiero di dire: sono un couturier. E lo era davvero, nel senso letterale della parola».

Sulle sue donne
«Jean-Louis Froment, ex direttore del CAPC de Bordeaux (che realizzò la prima retrospettiva su di lui, nel 1984, ndr), diceva che Azzedine, fin dai tempi in cui viveva in Tunisia, aveva un sogno, una visione delle donne francesi: bellissime, e molto forti. In seguito studiò scultura all’École des Beaux-Arts, e questa sua visione si strutturò ulteriormente. Aveva raggiunto un punto di vista estremamente chiaro, forte. Che fu ben esplicitato durante l’esposizione dei suoi lavori alla Galleria Borghese nel 2015 – una mostra perfetta, perfetta! Azzedine era davvero al settimo cielo. Poter esporre i suoi bambini, i suoi abiti accanto a Bernini e Canova… ne era così orgoglioso!». «Le sue donne? Naomi Campbell, Stephanie Seymour, Tatiana Patitz lo amavano e lo amano ancora oggi, lo chiamavano “papà” perché le rendeva belle. Ed erano felici con lui. Tra loro c’era un amore sincero, e Azzedine è sempre stato molto generoso nell’amare».

Sulla sua seconda vita, la Fondazione
«Dedico molto tempo alla futura Fondation Alaïa perché mi sembra il modo migliore per mantenere in vita Azzedine. Abbiamo cominciato a parlarne nel 2007. Pensavamo al domani. Azzedine diceva sempre: bisogna lasciare un segno nella vita mentre la si attraversa; non siamo immortali. Era una questione molto importante per lui quella del lascito, dell’eredità culturale da mantenere viva con un museo aperto al pubblico, in modo che le future generazioni potessero avere accesso ai suoi lavori. Perché la sua opera va ben oltre quella dello stilista. Lo ripeteva spesso: sono un couturier. Non un designer, non uno stilista. Sono un couturier. Aveva le idee molto chiare su ciò che voleva. “Il nostro museo sarà così”, diceva. E poi spiegava che avrebbe voluto una mostra su Paul Poiret e Martin Margiela. Io ribattevo che era l’unico a cogliere le somiglianze tra i due, ma un giorno questa mostra la dovremo fare, perché era ciò che desiderava».

Sulle sue curiosità
«La scrivania di Azzedine era continuamente occupata dalle novità che stava provando. Gli piaceva sperimentare, e questo faceva parte del suo desiderio di conoscere, perché era molto curioso. Al momento il suo studio, il luogo dove lavorava, è stato chiuso, ma prima o poi entrerà a far parte della collezione del Museo, e tutti potranno vedere l’enorme caos di Azzedine. Penso sia bello conservare questo ricordo inalterato, anche perché è molto difficile spiegare una cosa a parole, mentre vedere con i propri occhi lo spazio pieno di modelli mai finiti credo sia il modo migliore per poter comprendere a fondo Azzedine. Abbiamo lasciato l’ultimo vestito a cui stava lavorando esattamente com’era, così tutti potranno vederlo: è un abito in velluto che stava preparando per una mostra organizzata dal Design Museum di Londra, e che inizierà il prossimo 10 maggio (“Azzedine Alaïa: The Couturier”, ndr). Ci saranno i suoi vestiti e i lavori di altri designer e artisti che ammirava, ai quali aveva chiesto di creare qualcosa per l’occasione. La mostra sarà curata da Mark Wilson, che ha seguito alcune delle mostre di Azzedine già dal 1997».

Sull’ambizione
«Diceva sempre: ho appena iniziato. Oppure: sento di non aver ancora raggiunto il punto in cui dovrei essere oggi. E ancora: mi sento un debuttante. Sì, dopo 60 anni si credeva ancora un debuttante! Ciò che già aveva realizzato non gli bastava. Azzedine era molto ambizioso. Era anche… non mi piace la parola umile, ma era senz’altro modesto. Non gli piaceva inseguire il successo, aspettava che venisse da lui, come un ospite a pranzo. Ha rifiutato moltissimi premi, non solo la Legion d’Onore. Diceva che il più grande onore era stata la cittadinanza che la Francia gli aveva riconosciuto. Soltanto all’inizio della sua carriera fece una grande eccezione, nel 1985, quando era davvero quasi un debuttante. Il Ministro della cultura francese aveva costituito il premio “Gli Oscar della Moda”. L’evento si svolgeva all’Opéra di Parigi e c’erano tutti, Hubert de Givenchy con Audrey Hepburn, Yves Saint-Laurent, Madame Grès, Rei Kawabuko e le modelle più famose. Ricordo ancora cosa indossavo, anche perché Azzedine ha conservato il mio abito di quella sera in una scatola: era grigio e argento, di chiffon. Azzedine, insieme a Grace Jones in un vestito rosa, salì sul palco: vinse un Oscar come creatore dell’anno. Ricordo che ero seduta vicino a Grace Coddington e che tutto il pubblico impazzì durante la premiazione. Poi ricevette un secondo Oscar, un premio speciale, insieme a Sonia Rykiel. Wow! Il piccolo Azzedine aveva ricevuto due Oscar nella stessa sera, di fronte a tutte quelle persone: fu incredibile».

Sulla sua incredibile collezione
«Olivier Saillard, storico ex direttore del Musée de la Mode de la Ville de Paris, mi ha raccontato che, quando Azzedine è morto, moltissime case d’aste l’hanno contattato: “Era il migliore collezionista, con un gusto eccellente, e comprava sempre i pezzi più significativi”. Vionnet, Madame Grès, tutti i grandi maestri: la sua era una delle più importanti raccolte di Francia e forse del mondo, anche perché cominciò a collezionare già nel 1968. Un aneddoto: quando Balenciaga chiuse, un’amica che lavorava per lui ed ex petit main proprio di Balenciaga, gli disse: “Andiamo! Puoi comprare a poco i vestiti, tagliarli e usare i tessuti per i tuoi abiti”. Lui vide quelle meraviglie e le portò a casa con sé. Come si sa, Azzedine aveva imparato a tagliare i vestiti da solo, non aveva mai avuto un insegnante. Ma imparò molto osservando la perfezione dei grandi maestri. E nella futura Fondazione, oltre a sessant’anni di lavori di Azzedine, sarà riunita questa incredibile collezione».

Sull’amico
«Mi rendo conto solo ora che in quasi tutte le fotografie che ho con Azzedine ci stiamo abbracciando. Era bellissimo: ogni volta che andavo a Parigi mi diceva: oh sister, sei arrivata! Oppure mi telefonava la mattina e diceva: vieni, dai, vieni… sei già arrivata? Cosa vuoi per pranzo? E per cena? Poi usciva a fare la spesa. È venuto a Milano qualche volta. Ma non gli piaceva lasciare casa sua. Siamo stati un paio di volta insieme a Venezia, solo noi due. E siamo tornati a Portofino, e a New York. Ricordi ce ne sono tanti: una volta dovevamo entrambi perdere qualche chilo e così abbiamo prenotato in una clinica austriaca specializzata in dimagrimento. Era tutto pronto: avevamo i biglietti, eravamo già all’aeroporto. A un certo punto gli dissi: Azzedine, sarà molto dura, lo sai? Lui mi guardò e rispose: secondo te dobbiamo proprio andarci? Beh, dissi io, siamo qui, e abbiamo già pagato! Tu cosa ne pensi? E lui: se andassimo a Venezia? Così abbiamo cambiato i biglietti. Appena arrivati, abbiamo lasciati i bagagli e siamo corsi in terrazza a brindare con un Bellini, e poi abbiamo passato tre giorni a mangiare e a bere. A Parigi intanto tutti ci pensavano nella clinica austriaca e chiamavano di continuo per chiedere: com’è, è dura? E mentre noi mangiavamo un piatto di pasta rispondevamo: ah sì, è durissima! Era il 2009, ed è stato davvero un viaggio straordinario». «Azzedine è stata una delle persone più generose che abbia mai conosciuto. Era anche una delle più esigenti, perché dava così tanto di sé: l’amicizia e un cuore davvero fiducioso. Se in qualche modo veniva ferito, se capiva che qualcuno non era stato del tutto onesto o generoso quanto lo era lui diventava matto. Non chiedeva mai di avere qualcosa indietro, ma non sopportava che qualcuno gli mancasse di rispetto, almeno nella sua opinione. Credo sia stata la persona più onesta che io abbia mai incontrato. Quasi come un bambino. Sapete come sono i bambini, completamente fiduciosi, senza limiti? Si danno con tutto il cuore, ti abbracciano e non chiedono nulla in cambio. Ma se fai loro del male si rompe qualcosa. E Azzedine era un po’ così. Non aveva limiti, e ha costruito una famiglia con tutti noi amici. E questa famiglia c’è ancora. È uno strano sentimento: prima pensavamo di appartenere ad Azzedine. Poi abbiamo capito che ciò che Azzedine aveva formato in quella sua cucina era una famiglia». «Adesso ci sentiamo molto più di quando Azzedine era ancora con noi, il che è strano. Persone che non frequentavo, che non avevo mai invitato a cena, ora mi telefonano spesso, e io anche. Di solito quando qualcuno muore le persone tendono a perdersi. Ma non con Azzedine. Ed è una delle molte cose che lo rendono un’anima così speciale».

Vogue Italia, marzo 2018, n.811, pag.140

Fonte: Vogue.it 

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Michael Cunningham, innamorato perdutamente della retrospettiva di Alexander McQueen

March 12, 2018 Leave a comment

Cunningham

«Non avevo mai visto abiti del genere»: un grande scrittore americano racconta a Vogue Italia il giorno in cui si innamorò di Alexander McQueen. Alla cui vita maiuscola è dedicato anche un libro illustrato, che qui pubblichiamo in anteprima.

Come tanti che hanno vissuto troppo a lungo senza amore, quando mi sono innamorato, mi sono innamorato perdutamente. E come quasi tutti quelli che alla fine s’innamorano ricordo di preciso dove e quando. Era uno di quei giorni grigi scintillanti che New York esibisce in tarda primavera, splendenti anche se grigi, luminosi, senza chiaroscuri.

È accaduto poco dopo le due del pomeriggio, al Costume Institute del Metropolitan Museum. Mi sono innamorato della moda, in particolare di “Savage Beauty,” la retrospettiva di Alexander McQueen. Confesso di esserci andato piuttosto controvoglia, insieme a un’amica che all’improvviso si è trovata con un biglietto in più e che, prima di vedersi ridotta a chiedere a me, aveva già tentato con altri cinque.

Ci sono andato per farle un favore. Ero la sua ultima speranza, io, la persona a cui in effetti non dispiaceva andare, ma che si domandava perché visitare uno dei musei più importanti del mondo per vedere dei vestiti.

Non sono mai stato contrario alla moda, quella alta o quella più commerciale. Non ci tengo granché a vestirmi bene ma apprezzo chi ha stile, e ci sono pochi posti come New York dove s’incontrano persone vestite in modi che non somigliano a niente di mai visto prima.

Per la strada, come non lasciarsi affascinare da un uomo con la barba folta, la redingote a fiori e gli scarponi da montagna? O da una donna con un vestitino scintillante, le scarpe da jogging e la parrucca blu cobalto?

È che gli abiti alla moda a me non sembravano avere niente di profondo. Li consideravo un divertimento, né più e né meno.

Forse è lo scettico il più suscettibile alla conversione. Forse è lo scettico – con tutta la sua caustica, scaltrita riluttanza – il più ansioso di venir rapito, avvinto dalla fede.

La capacità di innamorarsi – la più preziosa tra le facoltà umane – ha sempre in sé (siamo onesti) un certo grado di casualità. In genere, io e l’altro eravamo nel posto giusto al momento giusto.

Sul treno, accanto, c’è un sedile vuoto, l’ultimo, e leggiamo tutt’e due Elena Ferrante…

Una sera piovosa, uscendo dal ristorante per fumare una sigaretta, cominciamo a parlare perché, dopotutto, stiamo stretti sotto una tettoia che basta appena, cercando di non bagnarci…

Un’amica ha un biglietto in più e quel pomeriggio siamo liberi…

Non avevo mai visto abiti del genere. Non avevo mai immaginato la loro complessa intelligenza, o l’assoluta meraviglia della loro geniale costruzione. Non avevo mai immaginato dei capi d’abbigliamento ispirati a un senso di bellezza concepito come mutazione fantastica e non come cliché sentimentale.

Quegli abiti avevano un che di mostruoso, ma venivano da un regno parallelo dove la mostruosità è un pregio. Quegli abiti erano aggressivi e intransigenti e parevano dire se non vi riempiamo noi di meraviglia, la colpa non è del vestito.

Mi ha conquistato soprattutto il periodo gotico di Mc- Queen – una combinazione di stile vittoriano e di pelle e bondage – e il suo profondo rispetto per il mondo naturale, un mondo che in una trasposizione simile dà pieno conto della sua brutalità, non solo della sua bellezza. Questi abiti, mi sono detto, renderanno anche omaggio agli uccelli, ma ne rendono altrettanto ai gatti che li hanno uccisi.

Se volete, pensate alla “Annunciazione” di Leonardo da Vinci. Del dipinto tenete l’angelo, ma al posto della Vergine provate a immaginare un uomo con i jeans e la felpa. Non mi ero mai soffermato sull’idea che le future generazioni ci avrebbero conosciuto anche attraverso i nostri abiti. Se dovessero guardare McQueen, ci crederebbero un popolo affascinato dai vampiri e dai pirati, dai feticci sessuali, da una natura selvaggia che, famelica, ci spiava di notte dalle finestre delle nostre case.

Mentre giravo sbalordito per la mostra, mi sono ritrovato a pensare che proprio sopra la mia testa, al piano superiore, c’erano le stanze dove sono esposti dei reperti considerati universalmente opere d’arte: le urne e le anfore greche antiche, nate con la semplice funzione di contenere olio e vino.

Ho capito per la prima volta che anche gli abiti esposti al Metropolitan sono dei recipienti, ma come i vasi al piano superiore hanno qualcosa di profondo; sono dei recipienti che trascendono la loro funzione e parlano, in quel momento e per i secoli a venire, del nostro tentativo di rendere omaggio allo straordinario e terrificante mondo in cui vivono gli esseri umani, in cui gli esseri umani sono sempre vissuti.

Potremmo farli vedere a degli invasori alieni che non parlerebbero, ovviamente, la nostra lingua. Potremmo dire loro, non con le parole: questi siamo noi nel momento della nostra massima espressione. È così che ci immaginiamo. Per favore, però, non crediate che la nostra carne sia all’altezza dei nostri sogni.

La couture non ha certo bisogno che io la difenda, e non è quello che sto cercando di dire. Questa è una pura e semplice storia d’amore, e l’amore, come l’arte, e come la couture, non ha bisogno di essere difeso. L’amore, come l’arte e come la couture, ha i suoi detrattori. L’amore, come l’arte e la couture, resterà a lungo su questa terra dopo che tutti quelli che la disprezzano saranno trasformati in polvere.

Michael Cunningham, Vogue Italia, marzo 2018, n.811, pag.400

*Scrittore e sceneggiatore americano, ha raggiunto la fama internazionale con il romanzo “Le ore”, premiato con il premio Pulitzer per la narrativa e trasformato in film. Docente di scrittura creativa all’università di Yale, ha pubblicato nel 2016 “Un cigno selvatico” (La nave di Teseo). Il suo prossimo titolo, “Glory” (Penguin/Random House), uscirà in autunno.

Fonte: Vogue.it 

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Jessica Chastain, sindrome della staccionata bianca

March 9, 2018 Leave a comment

Jessica Chastain

Pensate a un sistema che abbia come scopo quello di catalogare le ustioni causate dal fascino femminile: ecco, la protagonista di ‘Molly’s Game’ è fuori scala.

Le ustioni possono essere di varia entità secondo l’intensità della temperatura, la durata del contatto e lo stato fisico della sostanza ustionante: solida, liquida, gassosa, Jessica Chastain.

Posto, infatti, un sistema di riferimento che abbia come scopo quello di catalogare le ustioni causate da una sovraesposizione al fascino femminile, quello esercitato dalle donne dai capelli rossi merita una menzione particolare. Esistono diverse unità di misura che regolano l’intensità di questo tipo di scottature, e in relazione alla gravità vengono distinte in tre gruppi:

ustioni Amy Adams, provocano dolore bruciante ma sopportabile, talora si resta avviluppati in una spirale di suggestioni: grossi orecchini dorati, pellicce, piccoli seni nervosi acquattati sotto camicie dis eta, tailleur neri, pellicce. Guariscono spontaneamente e rapidamente senza lasciare cicatrici;

ustioni Julianne Moore, interessano lo strato superficiale della retina con un parziale coinvolgimento del cuore, stordimento da efelidi, guarigione lenta;

ustioni Christina Hendricks, distruzione delle terminazioni nervose, incontenibile impulso alla fornicazione in ambiente lavorativo. Gemiti tra gli schedari, scrivani e come alcove, moquette, carte da parati, palpiti fatti a bistecche, spinte pelviche, vigore, manette. La guarigione richiede tempi lunghi e lascia cicatrici permanenti.

Come si colloca Jessica Chastain, esile filo di rame di Sacramento (California), in questo campionario di ustioni? Per cogliere a pieno la peculiarità della sua bellezza dobbiamo parlare della sindrome della staccionata bianca, una sindrome rarissima che affligge alcune donne dai capelli rossi e che fa riferimento al fascino irrequieto che celano dietro all’aspetto docile, vago, remissivo. La sindrome prende il nome dalla torbida sequenza iniziale del capolavoro di David Linch, Blue Velvet: la placida e rassicurante vita di quartiere della provincia americana, con le aiuole curate, le rose rosse che si stagliano sulla staccionata bianca, il cielo terso, l’orecchio mozzato nell’erba appena tagliata. È la follia sotto al coperchio, il preludio alla carneficina, la brezza prima dell’uragano.

Se Jessica Chastain è oggi una delle attrici più richieste di Hollywood, se Vogue España la definisce La mujer que el cine necesita, è perché tutte le storie hanno bisogno della staccionata bianca, ovvero di qualcuno dall’aspetto innocuo e rassicurante che possa, come fa un corriere della droga con gli ovuli di cocaina in pancia, portare oltre confine grossi quantitativi di erotismo, passione, sensualità sfrenata. Finita l’era delle maggiorate e delle protesi, la seduzione serpeggia nei dettagli, necessita di doppia lettura, adotta gli stilemi delle serie tv e viene somministrata a piccole dosi, in gustosissime monoporzioni. Le scapole di Keira Knightley, il neo di Eva Mendez, il prolabio di Rosario Dawson. “La carica del caffè, l’energia del cioccolato!”

Jessica è portatrice sana di tanti raffinatissimi dettagli che la rendono candida, letale e tagliente come un foglio di carta. Il verde ottanio degli occhi che si staglia su una pelle del colore della neve e di tutte le tonalità dell’alba, zigomi come dune desertiche, bocca grande per dare asilo politico a denti dritti e bianchissimi, labbra in perenne fioritura, naso dritto dalla deliziosa e improvvisa punta. E poi i capelli, un agrumeto da pettinare.

Nel duemiladieci Al Pacino porta sullo schermo Wilde Salomé, una storia di lussuria, avidità, vendetta, follia, perversione, desiderio. Nel ruolo di Salomé, Jessica è sensazionale. La scena della danza della Principessa (e qui arriviamo al punto, all’ustione grave) è la radiografia di un tumulto, una sommossa ormonale, l’anticamera di uno strano formicolio al braccio. Immersa in una luce purpurea, Jessica danza, si dimena, si contorce fino a perdere il drappo rosso che l’avvolge e resta a petto nudo davanti alle pupille sgranate di Erode. Costole in evidenza, seni pieni e scorbutici, capezzoli issati come bandiere della rivoluzione. Sbigottimento, secchezza delle fauci. Chi l’avrebbe mai detto? La ragazza è diventata donna, all’improvviso, davanti ai nostri occhi.

Jessica Chastain è la cristallizzazione di una pubescenza senza fine, sempre sul punto di sbocciare, sempre sul punto di svanire.

Non è un caso che registi particolarmente affezionati al tempo (Terrence Malick e Christopher Nolan) abbiano scelto Lei per dilatarlo, comprimerlo, evocarne lo spirito. La mamma di Tree of Life è la mamma come resta per sempre nella nostra memoria: giovane, medicamentosa, emolliente, eterea. Murph di Interstellar, prima bambina, poi adulta, occhi grandi e languore quadrimensionale.

Verranno altri film, altri ruoli, Jessica mozzerà altri fiati, e continuerà ad ardere, senza bruciarsi mai, perché è questo il destino di una fiamma. La staccionata che divide Paradiso e Inferno è sempre bianca.

Dio ha appeso un cartello. Il cartello dice: Non toccare, la vertigine è ancora fresca.

Fonte: Rolling Stone

Britney Spears… non sarei qui se non fosse per Madonna

March 9, 2018 Leave a comment

mad brit

Non sarei qui, a fare quello che faccio, se non fosse per Madonna. Avevo otto volevo solo essere lei.

Scusate, ma preferirei incontrare Madonna piuttosto che il presidente degli Stati Uniti. Madonna ha qualcosa che non riesco a spiegare – quella cosa che ti rende una star. È impossibile non notarla quando entra in una stanza. È incredibilmente a suo agio, non ha paura di vivere la sua vita al massimo, di dire quello che le sembra giusto a prescindere da cosa pensano tutti gli altri. C’è qualcosa di infantile in Madonna; è bellissimo, sconvolgente.

Madonna è la prima popstar donna ad essere riuscita a controllare tutti gli aspetti della sua carriera, a prendersi la responsabilità di creare l’immagine che la rappresenta, non importa quanto fosse massiccio il fuoco della contraerea. Ha dimostrato di saper fare molte cose diverse – musica, cinema e, ovviamente, la mamma. Le sue canzoni sono diventate iconiche: Holiday, Live to Tell, musica senza tempo, non hit usa e getta. Ascoltarle ti fa sentire a casa. Madonna fa incantesimi: Sto arrivando! essere malinconica, spirituale, profonda, ed è comunque così facile identificarsi nelle sue parole. È una diva che fa ciò che vuole, una persona adorabile.

La prima volta che l’ho incontrata è stato in occasione di uno dei suoi concerti del 2001. Ho preso un aereo e sono andata da lei: nel camerino c’era solo sua figlia Lola, ed ero davvero nervosa. Ho detto: Posso abbracciarti?» che idiota! Lei, per fortuna, è stata molto gentile.

Non sarei qui, a fare quello che faccio, se non fosse per Madonna. Avevo otto o nove anni, correvo in cerchio nel mio salotto e ballavo e volevo solo essere lei. Tutte le mie amiche la ascoltano ogni giorno, ci ha ipnotizzate.

La sua presenza sul palco ha ispirato tutti. Guardate la nuova generazione di artisti, tutti hanno preso qualcosa dal suo repertorio, tutti sono influenzati dal suo stile.

Madonna ha fatto così tanto e per così tanto tempo… ma quella stronza é ancora bella! Non è facile per nessuno stare tutti quegli anni al centro dello sguardo pubblico, ma lei è riuscita a guardarsi dentro e scrivere la musica che sentiva davvero.

Madonna è piena di luce, ed è impossibile non riconoscere quanto sia più luminosa di quella degli altri. Ha difeso quello in cui credeva e ha fatto ciò che le sembrava più giusto. La sua arte è questo, essere solo se stessa.

Fonte: Rolling Stone

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Kate Middleton, tendenza occhiali e provocazione dinastica per il 2018

March 1, 2018 Leave a comment

The Duke And Duchess of Cambridge Visit Sunderland

Com’è che, esattamente, si abbina un cappotto verde doppiopetto blu petrolio. Com’è che, esattamente, si abbinano un paio di baby-pendenti silver (e soprattutto diamond…). Com’è che, esattamente, si abbina un taglio capelli medio accoccolato in una coda stretta alla nuca? Se hai appena condiviso la stanza e l’aria con le donne più potenti del fashion e social biz, lo sai, ovvio. Se sei sua altezza Kate Middleton, la normale tra i reali, allora puoi permetterti di riciclare giacche a gogo mentre tieni vernissage couture. Tra una Anna Wintour da un lato e una Stella McCartney dall’altro, lo stile di Kate Middleton è stato sviscerato al millimetro mentre lei, la normale tra i reali, discuteva di ecosostenibilità…e di occhiali tendenza 2018. Sì, gli occhiali di Kate Middleton, quelli che ha endorsato in visita ad un cantiere nella città di Sunderland, sono un (immaginifico) consiglio che “le colosse” della moda total brit finite in America le hanno passato.

A 2 mesi dal parto Kate Middleton incinta vola verso nuovi lidi (freddissimi) senza collant, gioca a hockey in Svezia e poi si tuffa su high heels da brivido (della caviglia slogata). In elmetto total white, gilet catarifrangente e occhiale mascherina (alla Bono Vox, diciamolo) segue i lavori di costruzione di un ponte nel Nord-Est dell’Inghilterra. Come se fosse l’it-sunglasses della primavera estate 2018, come se fosse l’accessorio à la main da abbinare senza se e senza ma al cappotto premaman (riciclato, ancora?), come se fosse il piece of advice dettatole dalla combo McCartney-Wintour. Gli occhiali di Kate Middleton a farfalla (contro quelli a gatto delle celeb-millennial), gli occhiali di Kate Middleton trasparentissimi (contro quelli colour block della moda da primo caldo), sono la sottintesa mossa di marketing politico della prima-donna inglese. Di colei che sente profumo di bruciato alle sue spalle aka il profumo di Meghan Markle, di colei che ha già fatto (troppi) strafalcioni couture di fronte a sua Maestà. Gli occhiali di Kate Middleton sono, forse l’ultima, mossa della Duchessa di Cambridge per ingraziarsi i suoi futuri sudditi ops mescolarsi, ancora una volta, tra gli eroi della working class.

Fonte: MarieClaire

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Johnny Depp, riscatto agognato dopo un annus horribilis irripetibile

December 2, 2017 Leave a comment

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Con film in uscita e concerti in Italia, Johnny Depp cerca il riscatto dopo un annus horribilis sotto tutti gli aspetti. Ma il pubblico lo vuole ancora? NO.

Petizione: cancellare il Johnny Depp 2017 da tutti gli almanacchi del giorno dopo esistenti. Eliminiamo quest’annata dal nostro personale wall of love nei confronti dell’attore americano, sul serio. Johnny Depp oggi è l’ombra imbolsita di se stesso. Vent’anni fa faceva tremare le vene con il silenzioso infiltrato Donnie Brasco e teneva testa al divino Al Pacino, quest’anno ha dovuto fare fronte ad una serie di casini extracinematografici che ne hanno intaccato carriera e credibilità. Peccato, peccato mortale. Johnny Depp film ne fa sempre meno, anche se quest’anno ne ha avuti due in uscita: uno è il quinto capitolo della saga Pirati dei Caraibi (enoooough!), uno è l’attesissimo Assassinio sull’Orient Express per la regia di Kenneth Branagh, con un cast stellare. Eppure non hanno puntato sul cavallo Depp per promuovere il film: colpa delle polemiche per il video Johnny Depp-Marylin Manson? (Spoiler: non smuove nemmeno mezzo ormone, vi abbiamo avvertite). Colpa che all’anteprima mondiale a Londra sia arrivato un Johnny Depp ubriaco e poi abbia fatto uscire una smentita acidissima che non ha fatto che confermare quanto supposto? Vai a capire. Il rapporto di Johnny Depp con l’alcol non è mai stato di cordiale distacco, anzi, ma il suo amore per la bottiglia sembra essersi decisamente acuito negli ultimi periodi. Non lo hanno aiutato i problemi finanziari, il fallimento della sua casa discografica, le cause legali disseminate lungo il 2017. Depp l’anticonformista più amato fino alla esausta saga di Jack Sparrow, Johnny il ribelle, il bello e dannato, è ormai avvitato su sé stesso. Ci dispiace moltissimo vederlo così ma non saremo noi le sue crocerossine. Né lo saranno le sue (ex) donne, che dopo aver preso le sue parti durante i primi mesi del 2017 non hanno più discusso della sua vita. I più desiderati per qualche dichiarazione sono oggi Lily-Rose figlia di Johnny Depp, amatissima dalle case di moda, e Jack John Christopher Depp figlio avuto con Vanessa Paradis. Ma i due figli d’arte, nel pieno lancio della loro carriera lavorativa, se ne guardano bene dal parlare del pur adorato papà.

Dieci anni fa chiunque avrebbe fatto carte false per vedere Johnny Depp interpretare un cattivo in un film fantasy: oggi invece i fan di Animali Fantastici, la nuova saga di film ispirati dai libri di Harry Potter, hanno posto il veto alla presenza di Johnny Depp nel cast del sequel atteso per il 2018, che annovera tra gli altri due giganteschi attori come Jude Law (nei panni del protagonista) e Eddie Redmayne. Loro due amatissimi e accolti da plauso. Johnny Depp bistrattato dal fandom per le sue ultime disavventure, riporta Fox Life. Il cinema non gli dà più soddisfazione? No, è lui che non dà soddisfazioni alla settima arte, a quanto pare. Non più. Il motivo è sempre personale: il divorzio turbolento da Amber Heard e le accuse di violenza domestica (oltre a tutto il plus ultra di cui sopra). A difenderlo ha cinguettato in campo opssss su Twitter l’autrice J.K. Rowling mesi fa, e di recente è intervenuto anche il regista David Yates su Entertainment Weekly. Ma i fan non lo vogliono, hanno persino lanciato un hashtag su Twitter per chiedere che venisse rimpiazzato: #TheCrimesOfJohnnyDepp, non ci sono andati leggeri. Paradossalmente Johnny Depp età (54 anni oggi) è un personaggio che assicura risultati discreti al botteghino, per questo tutti lo vogliono ancora nonostante gli oscuri punti della sua vita tra pubblico e privato. L’argomento è lo stesso che ha fatto scrivere valanghe di dichiarazioni sulla questione Kevin Spacey: un grandissimo talento sul set e un uomo pessimo? Due piani che si intrecciano implacabilmente. Che sia davvero una brutta persona non possiamo saperlo de visu, possiamo basarci solo sulle descrizioni che ne fanno, e sono purtroppo per lui impietose. L’ex manager, i collaboratori, il pissi-pissi dello showbiz hollywoodiano che potrebbe stroncare chiunque. Johnny Depp se ne guarda bene, tanto che devia sulla carriera di chitarrista. Non ha mai fatto mistero della forte passione per la musica pur senza mai farla diventare la sua entrata principale, però ha collaborato con tantissimi musicisti, persino con gli Oasis nel 1997. Nel mezzo delle polemiche per i ruoli cinematografici, lui annuncia concerti dal vivo in Italia con la superband Hollywood Vampires, formata con il chitarrista degli Aerosmith Joe Perry e il rocker Alice Cooper: suoneranno a Roma e a Lucca la prossima estate. Malignamente, forse sta cercando la chiave per rimediare ai guai col fisco americano dell’ultimo anno guadagnando il più possibile, il 2018 potrebbe davvero essere l’anno del suo riscatto. Certi amori non finiscono, fanno dei giri (di vodka) immensi e poi ritornano. O no?

di Arianna Galati

Fonte: MarieClaire

 

Madonna, nuovamente in vacanza nel Salento

August 15, 2017 Leave a comment

MUSICA: LA MADONNA ''CAPITOLINA''

Per il secondo anno consecutivo vacanze pugliesi per la rockstar Madonna, evidentemente stregata dal Salento. L’artista statunitense è atterrata il 13 agosto a tarda ora all’aeroporto di Brindisi con un jet privato e, come lo scorso anno, si trova ora nella struttura ricettiva Borgo Egnazia, a Savelletri di Fasano, nel Brindisino. Stavolta con lei ci sono anche Stella ed Esther, le due gemelline del Malawi che ha adottato. A quanto si è appreso, la cantante festeggerà in Puglia il suo 59/o compleanno (è nata il 16 agosto 1958): vacanze in famiglia, insomma. A differenza del 2016, quando invece era accompagnata da un gruppo di amiche. I fan italiani attendono impazienti il racconto su Instagram, social su cui Madonna è molto attiva, della permanenza salentina. Molte infatti erano state le foto pubblicate l’anno scorso.

Fonte: Ansa

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